Di Andrea Caropreso
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Nel calcio moderno non si vive di soli petrodollari. Ci sono infatti società che, un po’ per filosofia e un po’ per necessità, investono sui giovani. La valorizzazione dei vivai o, più in generale, di talenti acerbi da far maturare tra le proprie fila, rappresenta anche un modo per far sì che un calciatore possa in futuro portare ad una plusvalenza. Le società che si comportano in questa maniera sono in realtà più di quelle che si possa pensare. Ciò in quanto le possibilità finanziare per gli acquisti super top appartengono soltanto a pochi club in Europa. Gli altri invece necessitano di idee e fantasia.
Il modello Atalanta: l’eccezione del calcio italiano
Se è vero che in Paesi come l’Olanda o il Portogallo gli investimenti sui giovani sono una costante da anni, in Italia il modello Atalanta si può dire sia stato un unicum. A Bergamo, negli ultimi dieci anni, il settore giovanile è diventato il motore economico e sportivo di una società che ha saputo imporsi stabilmente ai vertici della Serie A e in Europa. Non a caso si parla della Dea come della “miglior academy d’Italia”.
Da questo punto di vista anche i numeri relativi alle cessioni e quindi alle plusvalenze parlano chiaro. Tra il 2019 e il 2024 l’Atalanta ha incassato 521 milioni di euro dalle vendite, a fronte di una spesa di circa 370 milioni per l’acquisto di giocatori. Il saldo positivo, pari a 152 milioni, testimonia l’efficienza del modello. Plusvalenze che non sono soltanto il frutto dei giovani provenienti dal vivaio (come ad esempio Ruggeri). L’Atalanta infatti negli anni si è resa abile anche nell’acquistare diamanti ancora da sgrezzare per poi valorizzarli e venderli al miglior offerente.

Il talento chiacchierato in chiave mercato Rasmus Hojlund è stato acquistato dall’Atalanta per 17 milioni e rivenduto al Manchester United per 75 solo due anni fa. Un percorso parallelo a quello già attuato per calciatori come Romero e Diallo. Ed è anche grazie a questa filosofia di mercato che l’Atalanta si è potuta permettere di rinnovare completamente lo stadio, uno dei pochi in Italia ad essere moderno, e di acquistare nuovi terreni per ampliare il centro sportivo, con 3-4 campi e strutture in grado di ospitare circa 400 giovani. Una scelta in perfetta sintonia con la filosofia del club.
Il modello Ajax: tradizione e sostenibilità
Sulla stessa lunghezza d’onda potremmo parlare dell’Ajax. Lo storico club olandese da questo punto di vista rappresenta proprio un’istituzione per la crescita e la valorizzazione dei giovani. Sul piano economico infatti le casse del club vengono costantemente rimpinguate grazie ai molteplici talenti che vengono portati in prima squadra non appena pronti.
Dal 2013/14 ad oggi il club ha incassato circa 380 milioni di euro dalle cessioni di giocatori cresciuti nell’academy. Una cifra impressionante se rapportata alla dimensione del campionato olandese e al fatturato complessivo della società. Per dare un ordine di grandezza: nella stagione 2022/23 l’Ajax ha registrato ricavi per 196 milioni di euro e un utile netto di 39 milioni, un risultato che sarebbe stato impensabile senza la costante valorizzazione dei giovani. L’annata più rosea è stata però quella successiva all’incredibile semifinale di Champions ottenuta nel 2019, quando i ragazzi terribili di Ten Hag andarono a dettare legge in Europa portando via gli scalpi di Real Madrid e Juventus.
Casi emblematici sono stati la cessione di De Ligt alla Juventus per 75 milioni, ma anche quella di De Jong al Barcellona per 86 o i 45 incassati per Van de Beek passato al Manchester United. Calciatori che, in alcuni casi, non sono riusciti a ripetersi lontano da Amsterdam, ma che hanno garantito ai lancieri cifre consistenti per riprogrammare il futuro.
Il modello Benfica: la fabbrica dei giovani talenti
Concludiamo questa panoramica analizzando il modello messo in atto dal Benfica. Il club lusitano è il più vincente e storico del calcio portoghese. Oltre a vantare due coppe dei campioni vinte durante gli anni di Bela Guttmann è riuscito a mantenere alti standard anche nell’epoca delle super potenze arabe. Non è un caso che si è conquistato, grazie al ranking, anche l’opportunità di disputare la prima edizione del nuovo mondiale per club disputatosi due mesi fa negli Stati Uniti.
Il Benfica è diventato negli ultimi dieci anni il simbolo della trasformazione del vivaio in una macchina da ricavi. Secondo i dati raccolti dal CIES, il club di Lisbona ha generato dal 2014 oltre 516 milioni di euro dalla cessione di calciatori cresciuti nel proprio settore giovanile. Se si amplia lo sguardo al decennio, le plusvalenze complessive ammontano addirittura a 743 milioni di euro, una cifra che colloca le “aquile” al vertice mondiale di questo modello di business.

Sarebbero molteplici i casi da poter menzionare, ma il più eclatante rimane quello di Joao Felix, talento straordinario che forse ha pagato nella propria il carriera il fatto di essere stato ceduto nel 2019 per 126 milioni all’Atletico Madrid. Cifre che, unite al talento, avevano fatto parlare di lui come il nuovo Cristiano Ronaldo.
In virtù di ciò il tornaconto è evidente. Nel semestre più recente Benfica ha registrato un utile netto di 40,3 milioni di euro, nonostante i risultati non esaltanti in Champions League. Gran parte del merito è ancora legato alle operazioni di mercato, che in alcuni anni hanno rappresentato oltre il 50% delle entrate complessive. Un segno di come dalle parti di Lisbona si possa parlare di fabbrica di talenti.
In futuro questi modelli potrebbero rappresentare più di una semplice scelta per necessità finanziaria. In questa direzione va infatti anche la UEFA, la quale, nel tentativo di limitare le spese folli e i bilanci in perdita, favorisce le liste ampliate per le proprie competizioni quando i club inseriscono calciatori cresciuti nel vivaio o, in generale, gli under 23.
Di Andrea Caropreso












