Di Andrea Caropreso
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Nel calcio contemporaneo, la sostenibilità economica è una condizione necessaria per la sopravvivenza e, in certi casi, per l’eccellenza. I club non operano più come semplici società sportive, ma come aziende che devono confrontarsi con dinamiche di mercato e, soprattutto, con l’esigenza di conciliare i risultati con il bilancio. In questo contesto, la gestione finanziaria dei club si configura come una vera e propria strategia industriale, in alcuni casi vincente e in altri fallimentare.
Il modello Napoli
Il caso del Napoli rappresenta un paradigma interessante di equilibrio tra rigore gestionale e competitività sportiva. Negli anni in cui molti club europei hanno inseguito la crescita attraverso l’indebitamento e la leva finanziaria, il club partenopeo ha scelto una via differente, fondata sulla prudenza nei costi, la valorizzazione patrimoniale e un controllo rigoroso del monte ingaggi. L’efficienza è stata perseguita con l’attività di scouting, orientata alla creazione di plusvalenze, la selezione di sponsor coerenti con la dimensione del brand Napoli fino ad arrivare a una gestione virtuosa dell’infrastruttura sportiva.
In parallelo, si è sviluppato un modello di business che punta sulla valorizzazione del capitale umano non solo come asset sportivo ma come leva economica. La crescita di giocatori come Osimhen prima, Kvaratskhelia poi, fino ad arrivare a Buongiorno e McTominay, esplosi sotto la guida tecnica e rivendibili a cifre elevatissime, rientra in una logica di trading sostenibile, dove il risultato sportivo è il volano che alimenta l’autofinanziamento.

Non si tratta però di un semplice modello di plusvalenze, ovverosia le stesse che sono state messe nel mirino da parte della Procura sia per quanto rigaurda il caso Osimhen che per quanto riguarda il caso Juventus, anzi. Nel modus operandi del Napoli, si nota un’organizzazione che mira a mantenere competitività costante, sfruttando i cicli tecnici senza forzature.
Gli altri club in Europa
Tuttavia, il panorama europeo è tutt’altro che omogeneo. A fianco del modello sostenibile adottato dal Napoli o, per fare un esempio virtuoso in Europa, dal Bayern Monaco, convivono approcci radicalmente differenti. In Inghilterra, ad esempio, si è imposto un modello fortemente speculativo, dove l’afflusso di capitali esterni – in particolare da fondi di investimento o perfino da stati sovrani (vedasi il Qatar) – ha alterato gli equilibri tradizionali.
La logica qui è quella del consolidamento del brand globale, anche a costo di perdite annuali strutturali. Basti pensare in questo senso al debito che ha una società spendacciona come il Manchester United che nel 2022 ha raggiunto il picco di 1,4 miliardi di indebitamento netto.
Ci sono poi i club che fanno del calcio una leva per progetti industriali più ampi. Si pensi alla Red Bull, che ha costruito un network tra molteplici club per diffondere il proprio marchio attraverso la performance sportiva, oppure alla City Football Group, che gestisce club in diversi continenti con una logica simile a quella delle multinazionali (gli esempi in questo caso sono Girona e Palermo entrati nella galassia City Group).
La situazione in Italia
Detto dell’eccezione Napoli, a cui potremmo aggiungere l’Atalanta, in Italia, alcune società, come i bergamaschi o la Fiorentina, cercano di coniugare sostenibilità economica e ambizioni europee con un approccio tecnico-finanziario. Altri invece ancora faticano a trovare un equilibrio, tra continui cambi di proprietà (vedasi Milan e Inter) e una dipendenza eccessiva da capitali esterni (caso della Juventus che dipende dai capitali di Exor). In questo senso i club maggiormente in difficoltà spesso pongono l’attenzione sulla centralizzazione della vendita dei diritti televisivi e sul rilancio delle infrastrutture, nel tentativo di evolvere il modello di business a cui siamo abituati nel Belpaese.

La sfida non è tanto scegliere il “modello giusto”, quanto riuscire a conciliare competitività sportivo con sostenibilità finanziaria, comprendendo la direzione nella quale va il calcio nel 2025 ed essendo consci del gap con gli altri modelli di fare impresa (ossia quello della Premier o del Bayern) Il caso Napoli insegna che, anche senza eccessi, si può fare. Ma serve una visione.
Di Andrea Caropreso












