A cura di Marta Elena Casanova
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Un club nato tra ghiaccio e vento artico
In un calcio sempre più dominato da capitali stranieri e grandi metropoli, la storia del Bodø/Glimt è una di quelle che sfuggono ai cliché. Fondata nel 1916, la società norvegese rappresenta la piccola città di Bodø, circa 43.000 abitanti, situata ben oltre il Circolo Polare Artico. Per decenni il club ha vissuto tra alti e bassi, con apparizioni sporadiche nella massima serie norvegese e lunghi periodi lontani dai riflettori. Ma la svolta è arrivata negli ultimi anni, con un progetto tecnico e manageriale che ha trasformato una realtà di provincia in un laboratorio calcistico studiato in tutta Europa.
Dallo stadio più piccolo alle notti europee
Il simbolo di questa rinascita è l’Aspmyra Stadion, un impianto da poco più di 8.000 posti, incastonato in uno scenario unico. Nonostante le dimensioni ridotte, qui il Bodø/Glimt ha scritto pagine memorabili di coppe europee: la vittoria 6-1 contro la Roma di Mourinho in Conference League nel 2021 resta l’episodio che ha reso il club famoso in tutta Europa.
Oggi il Glimt è presenza fissa nelle competizioni UEFA. Dopo aver disputato i turni di qualificazione alla Champions League nell’estate 2025, la squadra si è garantita un posto disputando la prima partita contro lo Slavia Praga ieri ( terminata 2-2), mercoledì 17settembre, confermando di essere ormai un nome riconosciuto anche al di fuori dei confini scandinavi. Un traguardo che, per una realtà del Circolo Polare Artico, vale quasi come uno scudetto.

Il modello economico: sostenibilità e ricavi record
La forza del Bodø/Glimt non è nei milioni di sponsor globali o nei diritti televisivi miliardari, ma in un modello economico sostenibile e intelligente, che negli ultimi anni ha prodotto numeri sorprendenti.
Nel 2025 la rosa della squadra aveva un valore stimato attorno ai 43 milioni di euro, 2.17 milioni circa a giocatore.
La partecipazione alle coppe europee incide poi in maniera decisiva: soltanto nella fase a gironi, il Bodø/Glimt ha incassato oltre 14 milioni di euro in premi UEFA, senza contare gli introiti da botteghino e sponsor.
Per rendere l’idea, il budget complessivo del Glimt equivale a quello di una squadra di media classifica in Serie A, ma in Norvegia rappresenta una cifra enorme, che colloca il club ben al di sopra dei rivali domestici. È proprio questo divario che ha permesso di consolidare la supremazia in patria e affrontare da protagonista anche le notti europee.
Filosofia calcistica: pressing, velocità e coraggio
Sul campo, il Bodø/Glimt ha costruito un’identità precisa. Gioca con un calcio verticale, veloce, basato sul pressing alto e sulla capacità di sfruttare le transizioni. È uno stile che ha colpito tifosi e addetti ai lavori, perché dimostra come anche una squadra del Circolo Polare possa imporre il proprio gioco contro club di Premier League o Serie A.
Questo approccio è anche frutto della visione di un allenatore come Kjetil Knutsen, al Bodø/Glimt dal 2017 (iniziando come Vice) che ha plasmato una squadra capace di esprimersi senza complessi d’inferiorità. Non a caso, diversi osservatori vedono la squadra come un modello simile a quello del Brentford in Inghilterra: realtà non ricchissime, ma in grado di valorizzare ogni dettaglio, costruendo una competitività duratura grazie a un’idea chiara e alla valorizzazione dei talenti.
Una favola che ispira il calcio moderno
La storia recente del Bodø/Glimt dimostra che esiste un altro modo di stare nel calcio moderno. Non serve avere un bacino da milioni di tifosi ( basti ricordare che nella passata stagione in Europa League l’intera città non sarebbe stata in grado di riempire l’Hotspur Stadium dell’avversario Tottenham, che può ospitare 60 .000 persone circa) o un budget faraonico: serve un’idea, un’identità, e la capacità di tradurla in campo e nei conti.
Le vittorie in campionato, le partecipazioni a competizioni europee, lo stadio piccolo ma carico di atmosfera, sono tutti tasselli di una favola che continua a crescere.
Per i tifosi del calcio romantico, Bodø/Glimt rappresenta la prova che il pallone non è solo business, ma anche passione, idee e comunità. E forse, proprio da un piccolo club oltre il Circolo Polare, arriva una lezione valida per tutto il calcio europeo: si può vincere e crescere senza tradire la propria identità.
A cura di Marta Elena Casanova












