Nuova Champions League: l’Uefa punta ai 6 miliardi ma cresce il fronte del no

Nuova Champions: l’Uefa punta ai 6 miliardi ma cresce il fronte del no

A cura di Marta Elena Casanova

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Negli ultimi giorni si è tornato a parlare con forza del futuro della Champions League e del ruolo dell’Uefa nella gestione del calcio europeo. Al centro della discussione c’è il progetto di aumentare sensibilmente i ricavi dal 2027, un obiettivo che promette di cambiare ancora una volta gli equilibri economici del pallone continentale. Dietro i numeri, però, si nasconde una frattura crescente tra i club più ricchi e quelli medio-piccoli, preoccupati che il nuovo corso finisca per accentuare disuguaglianze già profonde.

Uefa e Relevent Sports

Per il ciclo 2024-2027, le coppe europee,  Champions, Europa e Conference League,  generano circa 4,4 miliardi di euro l’anno. L’Uefa punta ora a superare i 6 miliardi nella successiva fase 2027-2030, grazie alla partnership con l’agenzia americana Relevent Sports. Il piano prevede una gestione più accentrata dei diritti tv, un marketing globale più aggressivo e una distribuzione dei pacchetti su scala mondiale. L’obiettivo è rafforzare la competitività economica rispetto ai grandi campionati nazionali e alle leghe americane o asiatiche. Ma l’altra faccia della medaglia è il rischio di impoverire i tornei domestici, con le televisioni e gli sponsor sempre più concentrati sul “prodotto Champions”.

Superlega e Unify League: la tentazione di un nuovo format

Nonostante il progetto della Superlega sembri un ricordo del 2021, la società A22, che ne detiene il marchio,  continua a spingere per una versione rinnovata, la  “Unify League”.

La proposta prevede 36 squadre divise in due gruppi da 18, con incontri solo all’interno dei singoli gruppi e qualificazioni basate sul ranking Uefa. Un’idea che punta a moltiplicare gli scontri tra grandi club, aumentando così il valore televisivo e commerciale della competizione.

L’Uefa, però, ha smentito qualsiasi trattativa o apertura: per il triennio 2027-2030 il format resterà quello attuale, con un girone unico a 36 squadre introdotto nel 2024. A sostegno di questa posizione è intervenuto anche il Parlamento Europeo, che ha approvato una risoluzione a difesa del modello sportivo europeo fondato su equità, merito e solidarietà. In sintesi: nessuna competizione chiusa o riservata ai grandi club.

Nuova Champions: l’Uefa punta ai 6 miliardi ma cresce il fronte del no

Un calendario sempre più affollato

L’altra grande questione riguarda il calendario internazionale, ormai saturo. Dal 2024-25 le coppe europee prevedono più partite nella fase a girone unico e nei playoff di accesso agli ottavi. A questo si aggiunge il nuovo Mondiale per Club della Fifa, previsto nel 2025, che porterà a ulteriori sovrapposizioni.

Per far posto a tutto, Fifa e Uefa spingono per ridurre il numero di squadre nei principali campionati nazionali, passando da 20 a 18. Ma le leghe e i club medio-piccoli si oppongono con decisione: dove la riduzione è già avvenuta, come in Francia, i diritti tv interni sono crollati, penalizzando le squadre minori. La Serie A si è già espressa chiaramente: nessuna riduzione, anche a costo di scontrarsi con la governance internazionale.

Ricavi e disuguaglianze

Il nodo economico rimane la distribuzione dei ricavi. I club di seconda fascia chiedono un aumento delle quote di solidarietà, che oggi rappresentano appena il 10,6% dei ricavi totali Uefa. La forbice è enorme: nella stagione 2024-25, fuori dalle Coppe, il Napoli aveva ricevuto 800.000 euro, mentre l’Inter, grazie alla Champions League, ha incassato oltre 115 milioni. Una distanza che rischia di minare l’equilibrio competitivo dei campionati nazionali, dove chi partecipa regolarmente alle coppe accumula un vantaggio insostenibile.

Le leghe propongono di introdurre un sistema che tenga conto non solo della partecipazione alle competizioni Uefa, ma anche del peso economico dei campionati nazionali, premiando i club che investono di più sul territorio e nei settori giovanili.

La spaccatura politica: Eca contro Uec

A livello politico-istituzionale, la battaglia si gioca tra due fronti. Da un lato c’è l’Eca (European Club Association), l’organismo ufficialmente riconosciuto dall’Uefa e presieduto da Nasser Al-Khelaifi, presidente del Paris Saint-Germain. L’Eca, oggi in forte espansione, è passata da 276 club nel 2023 a oltre 800 nel 2025, di cui 29 italiani. Ma il vero potere resta concentrato nelle mani dei 20-25 top club europei, gli stessi che beneficiano in misura maggiore dell’attuale sistema economico.

Dall’altro lato si muove l’Uec, una nuova associazione promossa dalla Liga spagnola e da Javier Tebas, nata per rappresentare i club medio-piccoli e chiedere un riequilibrio nella governance del calcio europeo. Tuttavia, la Uefa non la riconosce e l’Eca ha diffidato i club dal partecipare alle sue attività, pena l’esclusione dai processi decisionali ufficiali.

Il rischio di un calcio a due velocità

La sensazione è che l’Europa del calcio stia scivolando verso un modello a due velocità. Da un lato i grandi club, che spingono per globalizzare il prodotto e massimizzare i profitti. Dall’altro le società di fascia media, che temono di essere progressivamente marginalizzate. Il sogno dell’Uefa di una Champions più ricca e più internazionale potrebbe tradursi in un sistema sempre meno equo e meno competitivo.

Se è vero che il calcio moderno non può più prescindere dal mercato e dai diritti tv, è altrettanto vero che senza equilibrio economico e meritocratico il rischio è quello di trasformare lo sport più popolare del mondo in una vetrina per pochi eletti. La partita per la nuova Champions è appena iniziata, ma a oggi l’unica certezza è che il gap tra le big e il resto d’Europa non ha mai avuto un margine così profondo.

A cura di Marta Elena Casanova

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