A cura di Marta Elena Casanova
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C’era un tempo in cui José Mourinho incarnava un destino vincente ovunque andasse: dal Porto all’Inter del Triplete, passando per il Chelsea e il Real Madrid, fino alla Roma. Ma gli ultimi anni segnano una discesa costante, culminata con il suo ultimo esonero. L’addio di Mourinho al Fenerbahçe nell’agosto 2025 è forse il punto più basso di questa parabola, nel quale si intrecciano insoddisfazioni tattiche, tensioni con la dirigenza e un modello che ormai fatica a reggere.
Dallo Special One al “Normal One”
L’etichetta che Josè Mourinho stesso si cucì addosso,, “I’m a Special One”, non era solo un vezzo. Era la consapevolezza di incarnare qualcosa di diverso: un mix di preparazione tattica, comunicazione aggressiva e psicologia spicciola applicata al calcio. Funzionava perché era autentico. I suoi giocatori lo seguivano, gli avversari lo temevano, i tifosi lo adoravano.
Ma il calcio corre più veloce delle etichette. Negli ultimi anni Josè Mourinho è sembrato rimanere fermo, fossilizzato su idee che avevano senso in un calcio più fisico e meno fluido, ma che oggi arrancano contro la velocità e la qualità tecnica delle squadre più moderne. L’uomo che anticipava i tempi si è trasformato in chi non riesce più ad aggiornare il proprio linguaggio calcistico.
L’illusione Roma
La parentesi di Josè Mourinho alla Roma ha avuto il sapore di un’illusione. Lo “Special One” è arrivato a Trigoria accolto come un Messia: piazze come quella giallorossa vivono di passione, di simboli e di narrazioni, e Mourinho sembrava incarnare tutto ciò che serviva per sognare in grande. La vittoria della Conference League nel 2022, la prima coppa europea nella storia del club, è stata celebrata come il ritorno di un vincente.
Ma se ci si ferma ai dati, quella rimane l’unica parentesi felice. In campionato, la Roma non ha mai fatto il salto di qualità. La Serie A non si vince solo con il carisma: servono progettualità, coraggio e investimenti mirati. La finale di Europa League persa contro il Siviglia, nel 2023, è stata la fotografia perfetta del suo momento: più vicino alla sconfitta per polemiche arbitrali che alla vittoria per merito calcistico.

L’ultimo atto: l’epilogo turco
Il 29 agosto 2025, José Mourinho è stato esonerato dal Fenerbahçe dopo l’eliminazione dalla fase a gironi di Champions League ad opera del Benfica, un risultato che il club non poteva accettare. I turchi, infatti, avevano puntato su di lui per tornare stabilmente nella massima competizione europea, e il fallimento è stato immediatamente punito.
Il comunicato di commiato è impeccabilmente freddo e sintetico: un ringraziamento formale per l’impegno e un immediato avvio delle consultazioni per il sostituto. La decisione appare come la logica conseguenza di una gestione sempre più conflittuale: da un lato, allontanamenti inevitabili causati da uno stile comunicativo aggressivo; dall’altro, tensioni legate alla politica di mercato e un torneo interno in cui il Galatasaray restava un ostacolo insormontabile.
Secondo la stampa turca, l’uscita di Josè Mourinho è costata una buonuscita significativa, attorno ai 15–20 milioni di euro. Un’enormità che testimonia quanto ancora contasse il suo nome, nonostante risultati e relazione con la dirigenza ormai logorati.
C’è un aspetto che colpisce più di tutti: Josè Mourinho non sembra più in grado di costruire cicli vincenti. Al Manchester United si era parlato di “secondo posto più bello della carriera”, al Tottenham di una squadra “non pronta a vincere”. Ogni volta una giustificazione, ogni volta un rimando al contesto.
L’epilogo dell’esperienza turca di Josè Mourinho è paradigmatico di una crisi che va oltre il risultato: è culturale. Il calcio è cambiato, si è fatto meno ossessionato dalla difesa ermetica e dalla retorica del “noi contro tutti”. Mourinho è rimasto quel tecnico carismatico, provocatorio, ma sempre più disallineato rispetto alla nuova grammatica sportiva.
C’è di fondo uno scontro tra due epoche: da una parte, un calcio narrazione, costruito su tensione mediatica e ego tattici; dall’altra, un calcio fatto di libertà, creatività, collaborazione e di allenatori che costruiscono più che distruggono. I suoi ultimi esoneri raccontano questa storia: una figura che ancora infiamma, ma a cui viene chiesto anche un progetto. E se il progetto non c’è, l’immagine da sola non basta.
In fondo, Mourinho non vince più perché non riesce a sorprendere. E quando un allenatore non sorprende più, smette di essere speciale.
A cura di Marta Elena Casanova










